
Abstract
A ridosso del World Whistleblower Day, due report – «Whistleblowing 2025» di Transparency International Italia e «Whistle Monitor» di Libera – fotografano lo stato del whistleblowing in Italia da prospettive opposte: quella di chi segnala e quella delle organizzazioni che gestiscono i canali. Il quadro d’insieme è coerente: i canali ormai esistono e si diffondono, ma è la loro credibilità, non la loro presenza formale, a fare la differenza. I dati raccontano un istituto in consolidamento ma ancora fragile: cresce la domanda di assistenza, resta forte il bisogno di anonimato e nessun ente raggiunge la piena conformità dei canali interni, con marcati divari territoriali. Sul fronte giurisprudenziale, ai primi segnali positivi si affianca il rischio di letture più restrittive. Per chi presidia la compliance, la lettura congiunta dei due report indica con chiarezza dove si gioca la partita: spostare l’attenzione dall’esistenza all’affidabilità del canale, investendo su fiducia, riservatezza effettiva e cultura della segnalazione. Solo così l’adempimento normativo diventa un reale presidio di legalità organizzativa.
Adamo Brunetti
In sintesi
A ridosso del World Whistleblower Day sono stati pubblicati due report che, letti insieme, fotografano lo stato del whistleblowing in Italia da due lati opposti: quello di chi segnala (Transparency International Italia con il report “Whistleblowing 2025”) e quello delle organizzazioni che supportano i segnalanti (Libera con il report “Whistle Monitor”). Il messaggio che ne emerge è coerente con quanto abbiamo osservato commentando le più recenti pronunce: i canali ormai ci sono, ma è la loro credibilità – non la loro esistenza formale – la variabile che fa la differenza.
I numeri di chi segnala (Transparency International Italia, “Whistleblowing 2025”)
Il quadro è quello di un istituto in “fase di consolidamento”. Il servizio di assistenza ALAC (Allerta Anticorruzione) ha ricevuto 44 richieste di supporto nel 2025, quasi il doppio delle 24 dell’anno precedente: un segnale di crescente consapevolezza, ma su numeri ancora piccoli. Soprattutto, tre dati raccontano la difficoltà del gesto di segnalare: circa i tre quarti di chi si rivolge al servizio (75%) sono vittime dirette dell’illecito, non semplici testimoni; e il 64% dichiara che segnalerebbe solo in forma anonima. Sul versante degli strumenti, la piattaforma WhistleblowingIT ha raggiunto 6.418 enti aderenti a fine 2025 (688 in più rispetto all’anno prima): i canali si diffondono.
La rassegna giurisprudenziale del report coglie i primi segnali positivi – la corretta applicazione dell’inversione dell’onere della prova e il riconoscimento del danno risarcibile al segnalante – ma avverte, con onestà, che dalle prime pronunce del 2026 sembra emergere “un possibile parziale allontanamento” da quei principi, con letture “maggiormente restrittive”; e che le pronunce dell’ANAC restano poche, per lo più concluse con archiviazione.
Da qui la scelta di Transparency di affiancare alla ricerca un sostegno diretto alle persone, con la nuova “Casa dei Whistleblower”. Un servizio gratuito e riservato di ascolto, orientamento e accompagnamento rivolto a chi valuta o affronta una segnalazione, curato da una coalizione di enti del Terzo Settore accreditati presso l’ANAC (tra cui Libera, Generazione 231, Migliorattivamente, Italia Civile, Amici di Mimmo e l’Associazione Protezione Diritti e Libertà Privacy). L’iniziativa è realizzata nell’ambito del progetto SAFE for Whistleblowers II, co-finanziato dall’Unione Europea, con il contributo tecnico gratuito di GlobaLeaks, e si affianca allo storico servizio ALAC – Allerta Anticorruzione (attivo dal 2014). Il servizio offre ascolto protetto e valutazione preliminare, supporto legale ed etico e accompagnamento prima e dopo la segnalazione, con un monitoraggio successivo volto a prevenire e contrastare eventuali ritorsioni.
I numeri dei canali (Libera, “Whistle Monitor”)
Il secondo report ribalta la prospettiva e guarda alle organizzazioni. È il primo monitoraggio civico nazionale sull’accessibilità, la fruibilità e la completezza informativa dei canali interni: 434 amministrazioni strategiche (190 enti sanitari, 99 del mondo universitario, 145 enti locali e territoriali), analizzate da 44 volontari con validazione dell’ANAC. Il dato più netto è che nessun ente raggiunge la piena conformità: la maggioranza (56,9%) si colloca in una fascia “tiepida” di parziale adeguatezza, i presidi eccellenti si fermano al 14,1% e il 28,9% è nell’area della criticità – in pratica, un ente su tre non garantisce nemmeno le informazioni minime per orientare chi vuole segnalare. Peggio ancora, il 6,7% (29 enti) è privo di qualsiasi canale o pagina informativa, azzerando di fatto il diritto alla segnalazione a dispetto di un obbligo di legge.
La fotografia è quella di un’Italia a due velocità: l’Emilia-Romagna esprime il profilo più solido (nessun ente critico e il 70% nelle fasce alte), mentre Sicilia, Abruzzo e Calabria concentrano le maggiori fragilità (in fascia critica, rispettivamente, il 58,8%, il 53,8% e il 45% degli enti). Colpiscono infine due dati qualitativi: più di un ente su dieci (12%) non ha neppure una pagina dedicata al whistleblowing, e solo il 3,1% offre esempi calibrati sulla propria realtà organizzativa, mentre le università private risultano il comparto più problematico (assenza totale del sistema interno nel 22,2% dei casi).
Cosa significa per la compliance
Letti congiuntamente, i due report quantificano quel divario tra la legge e la realtà che attraversa tutta la materia: da un lato canali sempre più diffusi, dall’altro una tutela percepita come fragile e canali spesso poco accessibili o poco affidabili. È la stessa lezione che abbiamo tratto da alcune pronunce che abbiamo commentato: se il canale interno non è credibile, il segnalante lo aggira – rivolgendosi all’ANAC, oggi attivabile anche in assenza di canale interno, o direttamente alla Procura, come nel caso deciso dal Tribunale di Catania – con la massima esposizione reputazionale per l’ente. E il segnale di possibili letture giurisprudenziali più restrittive nel 2026 non riduce, ma aumenta, il valore della prevenzione.
Tre conseguenze operative
Prima: dall’esistenza all’affidabilità del canale. Avere il canale è un obbligo, ma non basta. I dati elaborati da Libera indicano dove si gioca la partita: una pagina dedicata chiara e riconoscibile, l’accessibilità (anche per le persone con disabilità), informazioni trasparenti su iter, tempi e tutele, esempi calibrati sulla propria organizzazione. È su questi elementi – non sull’esistenza formale dello strumento – che si misura l’effettività.
Seconda: anonimato e riservatezza come leve di fiducia. Se il 64% segnalerebbe solo in forma anonima, la capacità del canale di gestire in sicurezza l’anonimato e di garantire la riservatezza diventa decisiva. Sul piano della governance, ciò richiede un gestore autonomo, la cui istruttoria non sia subordinata all’organo di indirizzo (come ribadito dalle Linee guida ANAC del 2025) e privo di conflitti di interesse, specie quando la segnalazione tocca i vertici.
Terza: il canale interno come vera alternativa a quello esterno. L’obiettivo non è adempiere alle previsioni normative, ma rendere il canale interno la prima scelta credibile per chi vuole segnalare. In mancanza, la segnalazione emerge comunque – all’esterno – quando ormai il danno reputazionale è massimo. Investire nella credibilità del canale, perciò, non è un costo di conformità: è una misura di prevenzione del rischio, pienamente coerente con il Modello 231 e con i presidi anticorruzione.
Avv. Adamo Brunetti
Dott. Giuseppe Monteleone